Nel nostro mondo moderno e frenetico, siamo condizionati a pretendere risposte immediate. Vogliamo catalogare, definire e risolvere ogni problema che incontriamo. Ma cosa succede quando ci troviamo di fronte a domande sull’esistenza a cui semplicemente non si può rispondere con una formula?
Questa tensione è esplorata magistralmente nell’opera monumentale di Iain McGilchrist, The Matter with Things, in particolare nel capitolo dedicato a “Il senso del sacro” (The Sense of the Sacred). Invece di offrire un rigido trattato teologico, McGilchrist invita i lettori a esaminare il modo in cui ci avviciniamo al concetto del divino, i limiti della nostra stessa cognizione e il puro mistero dell’esistenza.
Se desideri comprendere i punti filosofici essenziali di questa sezione del suo libro, ecco una riflessione sul perché preservare il nostro senso del mistero potrebbe essere il cambiamento cognitivo più cruciale che possiamo compiere oggi.
La tesi più ampia di McGilchrist si fonda sulle profonde differenze nel modo in cui i due emisferi del cervello umano prestano attenzione al mondo. L’emisfero sinistro eccelle nello scomporre le cose, nel catalogare e nel cercare la certezza assoluta. Vuole spillare la farfalla sulla bacheca per poterla studiare e comprendere.
Tuttavia, quando questa prospettiva iperanalitica domina la nostra visione culturale del mondo, perdiamo qualcosa di vitale: l’umiltà di riconoscere i limiti della nostra comprensione. Quando ci accostiamo all’idea del “Fondamento dell’Essere” (l’esistenza stessa) con una mentalità puramente meccanica, ci scontriamo inevitabilmente contro un muro. Se un concetto non rientra in una casella empirica ben ordinata, la mente rigidamente razionale tende a liquidarlo come un’assurdità. Ma McGilchrist suggerisce che il difetto non sta nel concetto del sacro; il difetto sta nell’utilizzare gli strumenti cognitivi sbagliati per misurarlo.
Uno dei dilemmi più affascinanti esplorati nel capitolo riguarda il modo in cui parlare dell’ineffabile. Se usiamo una parola come “Dio”, “Tao” o “Logos”, rischiamo di ridurre un mistero infinito a un idolo finito, a misura d’uomo. Finiamo per litigare sulle definizioni del dizionario, dimenticando che queste parole erano originariamente intese come segnaposto per qualcosa che supera di gran lunga la comprensione umana.
Eppure, se abbandoniamo del tutto queste parole, il mistero stesso scompare dalla nostra consapevolezza condivisa. Senza un segnaposto per il sacro, dimentichiamo che resta ancora qualcosa di ignoto da esplorare. Rimaniamo intrappolati in un circuito chiuso creato da noi stessi.
La soluzione non è arroccarsi su dogmi rigidi, ma accostarsi al linguaggio con cautela. Nel corso della storia, le tradizioni spirituali hanno utilizzato la via negativa (la teologia apofatica) — la pratica di comprendere il divino esprimendo ciò che esso non è, anziché pretendere di sapere esattamente che cosa sia. È un processo di spoliazione dalle nostre false certezze per svelare la verità sottostante.
In ultima analisi, entrare in relazione con il sacro non significa trovare una risposta definitiva che ci permetta di chiudere il libro e dire: “Bene, questione risolta”. Significa coltivare una specifica disposizione d’animo verso la vita.
La vera comprensione in questo ambito non assomiglia a un’equazione risolta; assomiglia allo stupore riverente (awe). Richiede la capacità dell’emisfero destro di rimanere aperto, di tollerare l’ambiguità e di apprezzare il miracolo profondo per cui esiste qualcosa anziché il nulla.
Questa prospettiva non ci chiede di abbandonare la scienza o la ragione. La scienza è vitale per orientarsi nei meccanismi materiali del nostro universo. Ma McGilchrist ci ricorda che scienza e spiritualità non sono in competizione: rispondono semplicemente a tipi di domande del tutto diversi. Pretendere che la scienza confuti o dimostri il sacro significa fraintendere entrambi gli ambiti.
Leggere The Matter with Things significa ricordare che le verità più profonde dell’esistenza umana non possono essere catturate da un foglio di calcolo. Devono essere vissute direttamente.
Forse il pericolo più grande della nostra epoca iperconnessa non è la mancanza di informazioni, ma la mancanza di meraviglia. Facendo un passo indietro rispetto al nostro bisogno di certezza assoluta e di controllo analitico, potremmo riscoprire il mistero silenzioso e straordinario del semplice essere vivi.
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Aggiornato il 11 ott 2026.
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